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In seguito alla lettera pubblicata qualche giorno fa dalla vostra testata, intitolata “I lupi non sono i benvenuti in Trentino” abbiamo sentito il bisogno di offrire il nostro punto di vista non solo in quanto abitanti del Trentino, ma anche e soprattutto in rappresentanza della nostra Associazione, da alcuni anni impegnata nel favorire la convivenza tra attività dell’uomo e lupo, così come di tutti gli allevatori e abitanti della montagna alpina e appenninica che insieme alla nostra associazione hanno scelto un percorso di convivenza che, seppur difficile, è assolutamente possibile.

Sia chiaro: noi per primi siamo consci di quanto il ritorno del lupo, in un territorio dove da circa un secolo era stato eliminato possa essere problematico, così come conosciamo a fondo il sacrificio di chi ogni sera deve lavorare in più per la gestione del proprio patrimonio zootecnico e per la sua messa in sicurezza, rappresentando un ulteriore aggravio nel proprio lavoro. Chi lo nega non solo non comprende il disagio di allevatori e pastori, ma di fatto è anche contro il lupo, non accettandone la vera natura di super-predatore che può venire in conflitto con le attività dell’uomo.
Siamo però anche dell’idea che qualsiasi presa di posizione “estrema” possa restituire una visione eccessivamente “idealista” che non solo si inserisce in un dibattito complesso, ma che in realtà, dal nostro punto di vista, finisce per illudere proprio chi in montagna vive e lavora, regalando ad essi ancora una volta l’illusione di una possibile “prossima sparizione immediata del lupo” che di fatto però non avverrà mai.
Diciamolo chiaramente, anche per i non informati: il lupo è ormai presente in maniera stabile in Trentino da quasi un decennio e qualsiasi ipotesi di rimozione, sterminio di massa, eliminazione o altro è pura fantasia che porge il fianco soltanto ai sogni di chi vorrebbe tornare indietro nel tempo ed immaginare un ideale territorio “wolf free”.

Cosa è stato fatto in questi 9 anni di presenza è molto semplice, e sono i dati ufficiali e non le opinioni personali a testimoniare: là dove sono stati messi in pratica i mezzi di prevenzione sono fortemente diminuite le aggressioni ai domestici, arrivando spesso ad azzerare totalmente le perdite in contesti dove il danno era importante.
Certo, ci sono state eccezioni, errori o episodi sfortunati, ma è innegabile che in questi anni, in un clima a volte davvero difficile, alcune istituzioni abbiano lavorato per aiutare chi alleva e spesso ci sono riuscite grazie al duro lavoro di malgari e pastori che hanno adottato questi mezzi di prevenzione proteggendo così i propri animali.
Inoltre, ancora una volta leggere di presunti cani problematici per gli escursionisti, o di reti inefficaci, è soltanto un modo di scoraggiare gli allevatori ad adottare questi mezzi, mentre la realtà è spesso altro e purtroppo non fa notizia sui giornali tanto quanto gli animali “sbranati” dal lupo “cattivo”: questi mezzi funzionano e i cani, se correttamente gestiti e adeguati al lavoro che gli si chiede di svolgere, non creano solitamente problemi.
In italia ci sono famiglie che da secoli gestiscono il pascolo e lavorano nell’allevamento in aree dove il lupo non è mai sparito e lo fanno anche con questi formidabili cani.
Ben vengano i cartelli che invitano ad aggirare il pascolo se ci sono cani da guardinga al lavoro, d’altronde l’educazione del turista al rispetto del lavoro di chi vive in montagna è un qualcosa di importante che crediamo tutti possano condividere, abbattendo quest’idea che la montagna debba essere sempre e comunque accessibile a tutti, a qualunque altezza e in qualunque luogo l’uomo possa mettere piede.

Ancora una volta poi ci si ritrova a discutere di una presunta incompatibilità tra il territorio alpino e il lupo, ma non si approfondisce in alcun modo gli aspetti di una questione complessa e si tralasciano inoltre aspetti scientificamente importanti come la compatibilità del territorio con le esigenze etologiche del lupo: per i non esperti, il lupo sceglie attentamente il territorio dove stabilire un branco, e questo deve avere caratteristiche importanti che possano garantirgli la soddisfazione di due bisogni primari come cibarsi e avere luoghi riparati senza disturbo umano.
Da questo punto di vista le Alpi sono un vero paradiso per il lupo, grazie al numero enorme di ungulati selvatici e a vaste aree di riparo dove l’uomo spesso non arriva e dove l’animale può passare le ore diurne.
Così si evince chiaramente come il territorio della provincia di Trento abbia tutte le carte in regola per accogliere la specie, e come questa inoltre sia parte della cultura del territorio alpino da sempre: ci sono lavori sulla toponomastica dedicata a lupo e orso in tutte le Alpi, si resterà stupiti come le aree delle nostre montagne portino spesso il nome di questi due “discussi” predatori che in un modo o nell’altro ne hanno segnato i secoli grazie alla loro presenza.

Anche sulla questione del paesaggio vi sarebbero molte cose da dire, ma che per brevità non possono essere organicamente trattate.
Concordiamo appieno quando si dice che “sarebbe opportuno un sereno contraddittorio che mettesse in luce i pro e i contro della delicata questione, evitando pensieri ad una dimensione”, ma ci pare che sia per primo l’articolo a riportare tali “pensieri ad una dimensione”: si cita l’abbandono della montagna come una possibile conseguenza della presenza del lupo, ma è importante sottolineare come l’abbandono della montagna sia avvenuto ben prima del ritorno del lupo, e che questo processo sia causato da fattori ben più importanti, che meriterebbero un’attenta analisi.
Inoltre ad oggi, per quanto ci è dato sapere, non esiste alcuno studio o indagine che metta in relazione questo presunto abbandono con la presenza del lupo; viceversa se solo si approfondisse sul numero di bovini portati in alpeggio nell’ultimo decennio in alcune aree alpine dove il lupo è recentemente arrivato ci si accorgerebbe che il suo impatto sullo sfruttamento del pascolo è praticamente nullo, a testimonianza di un abbandono inesistente.
Sia chiaro, non stiamo dicendo che il lupo non crei problemi, e non a caso l’abbiamo messo nelle premesse, ma ci pare che come spesso accade si semplifichi la questione, per evitare di analizzare attentamente le cause che hanno portato ad uno spopolamento della montagna.
D’altronde non ci stupisce verificare come sui giornali “la perdita del paesaggio alpino originario” sia un argomento sempre in voga quando si parla del lupo, ma non si affronti mai quando si parla di tutta una serie di infrastrutture o tipologie colturali che di certo non si possono dire legate ad un paesaggio “autenticamente” rurale.
Sicuramente la questione è complessa e meriterebbe da parte di tutte le parti in causa una grande voglia di aprirsi al dialogo e il completo decadimento di qualsiasi strumentalizzazione, a cominciare da quella per scopi politici che oggi purtroppo va molto di moda.

Molte associazioni più importanti della nostra hanno una visione chiara, lo stesso Club Alpino Italiano ha una posizione pubblica per la convivenza con i grandi carnivori che rappresenta un segnale forte, così come forte è il segnale di chi in silenzio, spesso in un clima teso e problematico, sulle Alpi ha intrapreso la strada della convivenza senza fare notizia e restando all’ombra del proprio lavoro con reti, cani, ovini o bovini messi al sicuro ogni notte.
Certo, la strada è ancora lunga, come lungo è il cammino che i lupi compiono naturalmente ogni anno per colonizzare nuove aree delle nostre montagne allo scopo di vivere la loro vita e svolgere il loro importante ruolo di predatori al vertice di una catena alimentare utile al mantenimento e allo sviluppo di una biodiversità che non può prescindere dalla loro presenza e che rappresenta la vera risposta a chi si chiede se sulle Alpi ci sia ancora spazio per un predatore controverso che insieme all’orso è in grado di accendere paure secolari ormai sopite dentro il nostro animo.

Concludendo, alla luce di tutto questo forse si dovrebbe evincere che non è più necessario dare alcun tipo di “benvenuto” al lupo in Trentino: esso è arrivato naturalmente ormai più di dieci anni fa sulle sue gambe e forse ad oggi suona anacronistico dire “benvenuto” ad un inquilino di vecchia data che nei nostri boschi ha ritrovato a fatica la sua antica casa e che, nonostante i fiumi di parole che si stanno spendendo sul suo conto, oggi ha solo bisogno di essere lasciato a vivere la sua vita senza che si cerchi continuamente il motivo per notificargli uno sfratto che non merita affatto.

Inviato dalla nostra Associazione il 23/11/2020 alla Redazione de L’Adige