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Caccia al lupo, sì o no? Facciamo chiarezza

lunedì 14 Aprile 2025

lunedì 14 Aprile 2025

Le quote massime fissate dall’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale in merito a eventuali abbattimenti hanno sollevato un polverone, ma non rappresentano in alcun modo un via libera alla caccia al lupo.

Qualche giorno fa, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) ha presentato dei protocolli tecnici in cui sono indicate le quote massime relative a eventuali abbattimenti di lupi in Italia. Coloro che spingono per il controllo letale della specie esultano, gli animalisti insorgono, alimentando confusione ed equivoci su un tema estremamente complesso e delicato. Proviamo dunque a fare chiarezza. 

Attualmente, le novità prospettate non sembrano introdurre cambiamenti rilevanti. Il declassamento da specie “rigorosamente protetta” a “protetta” renderà più agevole per le singole Regioni richiedere autorizzazioni per la rimozione di lupi responsabili di gravi e continui danni agli allevamenti, una possibilità già prevista dalla normativa in vigore. Al momento non viene dunque presa in considerazione la possibilità di abbattere lupi in via preventiva, fissando cioè a priori una soglia massima di presenza sui territori (quella che in gergo tecnico viene chiamata “gestione attiva”). Ogni intervento di rimozione potrà essere valutato solo a seguito di danni gravi e comprovati, per risolvere le problematiche di specifiche aziende, laddove tutte le misure alternative siano state tentate e si siano rivelate inefficaci

Le deroghe, inoltre, continueranno a essere vincolate a rigidi parametri di salvaguardia della specie. I lupi, cioè, potranno essere eliminati in numero tale da non pregiudicarne uno status soddisfacente di conservazione. In questo senso, le quote fissate da Ispra non rappresentano un via libera agli abbattimenti, ma sono al contrario una soglia massima di uccisioni autorizzabili dallo Stato qualora le Regioni dovessero farne richiesta.

A livello nazionale, la percentuale massima stabilita da ISPRA è del 3-5% della popolazione totale, vale a dire che su circa 3.300 lupi attualmente presenti in Italia (dato stimato in base al monitoraggio nazionale del 2021), potrà essere approvato ogni anno un numero massimo di abbattimenti compreso tra 100 e 160 individui. A partire da questa quota complessiva, ISPRA ha redatto delle tabelle suddivise per regione, indicando quindi il numero massimo di esemplari per cui ogni singola amministrazione regionale potrà, eventualmente, richiedere il prelievo. L’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale ha inoltre sottolineato la necessità di assicurare un adeguato monitoraggio della specie, per verificare gli effetti di eventuali abbattimenti sulla consistenza delle popolazioni. 

Il protocollo, dunque, non rappresenta in nessun modo l’apertura della caccia al lupo in Italia e non ha nulla a che fare con una presunta “emergenza lupo”. Il provvedimento, come indicato chiaramente anche nel titolo del documento rilasciato da ISPRA, vuole essere uno “strumento per prevenire gravi danni all’allevamento e non riguarda preoccupazioni legate a presunti pericoli per le persone. 

È bene infine sottolineare che l’abbassamento dello status di protezione del lupo non è ancora entrato in vigore a livello europeo. Nel mentre, molte istituzioni scientifiche (tra cui la IUCN, l’organo più autorevole in materia) hanno espresso parere nettamente contrario, ricordando che in alcune zone d’Europa lo stato di conservazione del lupo desta ancora preoccupazione. Diverse associazioni, inoltre, hanno presentato ricorso alla Corte di Giustizia Europea, giudicando il declassamento un provvedimento privo di solide basi scientifiche e inadeguato a mitigare il conflitto tra il lupo e le attività umane. La stessa ISPRA ha più volte chiarito che le strategie di prevenzione dei danni (presenza di pastori al pascolo, recinzioni elettrificate fisse o mobili e cani da protezione) esistono e sono efficaci nella maggior parte dei casi in cui vengono correttamente adottate, e che la politica di prevenzione risulta attualmente il metodo più funzionale per risolvere le criticità esistenti.