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DDL caccia: chiamarla “gestione” non basta. È un arretramento culturale.

lunedì 29 Giugno 2026

lunedì 29 Giugno 2026

Il nuovo DDL caccia, all’esame del Parlamento, viene presentato come una riforma della legge 157/1992, la norma che da oltre trent’anni regola la tutela della fauna selvatica e il prelievo venatorio in Italia. A noi questo testo non convince. Non ci convince nell’impostazione, non ci convince nella direzione politica, non ci convince nelle conseguenze che potrebbe produrre sulla tutela della fauna selvatica e sulla gestione del territorio.

La fauna selvatica, secondo la legge italiana, è patrimonio indisponibile dello Stato. Significa che non appartiene a una categoria, a un interesse particolare, a un gruppo organizzato o a una parte politica. Appartiene alla collettività e deve essere tutelata nell’interesse di tutti.
Proprio per questo una riforma della legge sulla fauna dovrebbe partire dalla scienza, dai dati, dalla conservazione delle specie, dalla prevenzione dei conflitti e dalla tutela della biodiversità. Questo DDL, invece, va in un’altra direzione. Uno dei punti più gravi riguarda il ruolo dei pareri tecnico-scientifici. Il testo interviene sui calendari venatori e riduce il peso del parere ISPRA. Questo è un problema enorme. Le decisioni su specie selvatiche, periodi di caccia, tutela delle popolazioni e conservazione non possono diventare terreno di discrezionalità politica o di pressione locale. Devono restare ancorate a valutazioni scientifiche solide, indipendenti e nazionali. Il DDL interviene anche sui periodi di caccia, aprendo alla possibilità di una maggiore flessibilità regionale e di un allungamento dei calendari. Viene meno il riferimento al limite della prima decade di febbraio per alcuni posticipi. È una modifica tutt’altro che marginale: significa rendere più facile estendere l’attività venatoria in periodi estremamente delicati per molte specie. Anche l’elenco delle specie cacciabili viene toccato, con l’inserimento di nuove specie come oca selvatica e piccione di città. In un momento storico in cui numerosissime specie di uccelli sono in difficoltà per perdita di habitat, crisi climatica, agricoltura intensiva e consumo di suolo, la risposta della politica non dovrebbe essere ampliare la caccia, ma rafforzare la conoscenza e la tutela. Sui richiami vivi e sugli appostamenti fissi il DDL non corregge una criticità storica: la amplia. Oggi i richiami vivi sono già consentiti, ma con limiti e vincoli. La proposta mantiene i limiti per i richiami di cattura, ma apre all’uso senza limiti numerici dei richiami allevati in cattività, purché inanellati, e supera il tetto storico alle autorizzazioni per gli appostamenti fissi. Anche qui la direzione è chiara: non più tutela, non più prudenza, non più controlli stringenti, ma più spazio a una pratica venatoria particolarmente controversa. Preoccupa anche il tema delle aree protette, delle aree sottratte alla caccia e delle aree demaniali. Il rischio è che, attraverso modifiche tecniche e apparentemente burocratiche, si finisca per ridurre nel tempo gli spazi effettivi di protezione della fauna. Sarebbe un passo indietro grave, tanto più in un Paese che ha inserito la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi tra i principi fondamentali della Costituzione. C’è poi il capitolo del controllo della fauna selvatica. Il DDL amplia il numero dei soggetti che possono essere coinvolti nei piani di controllo: cacciatori, guardie private, proprietari, conduttori dei fondi, imprenditori agricoli. Prevede anche la possibilità della braccata al cinghiale sui terreni innevati.
Questa impostazione è estremamente pericolosa. Nessuno nega che in alcune situazioni il controllo possa essere necessario. I problemi esistono: danni all’agricoltura, incidenti stradali, rischi sanitari, conflitti con alcune attività umane. Ma il controllo non può diventare la risposta automatica a tutto. E soprattutto non può essere spacciato per gestione se manca una strategia complessiva. Il tema del lupo viene spesso usato nel dibattito pubblico, ma non è il centro di questa riforma. L’adeguamento della legge italiana al nuovo quadro europeo sulla specie era un passaggio atteso e va letto dentro quel percorso. Il problema vero è molto più ampio: riguarda l’intera direzione che questo DDL vuole imprimere alla gestione della fauna selvatica in Italia. Ed è qui il paradosso: il testo inserisce la parola “gestione”, ma non costruisce una vera gestione faunistica.

Gestione significa innanzi tutto tutela: monitoraggi seri, censimenti affidabili, banche dati pubbliche sui danni, criteri nazionali di intervento, prevenzione, verifica dei risultati, valutazione dell’efficacia dei piani di controllo, trasparenza. Significa sapere cosa si sta facendo, perché lo si fa, con quali obiettivi e con quali risultati misurabili. In questo DDL, invece, vediamo soprattutto un rafforzamento della caccia e del controllo armato. Più flessibilità sui calendari. Più spazio alle Regioni. Più specie cacciabili. Più soggetti autorizzabili al controllo. Più strumenti. Più possibilità per le aziende faunistico-venatorie e agri-turistico-venatorie. Meno centralità della scienza. Questa non è la gestione moderna di cui il Paese ha bisogno. È una riforma che rischia di riportare indietro la tutela della fauna selvatica, trasformando un patrimonio collettivo in un terreno di compromesso con interessi particolari. Noi non pensiamo che la fauna selvatica debba essere lasciata senza gestione. Al contrario: pensiamo che serva più gestione, ma gestione vera. Pubblica, trasparente, scientifica, fondata sui dati e orientata alla conservazione e alla prevenzione dei conflitti. Una legge seria dovrebbe chiedersi prima di tutto: quali specie sono davvero in aumento e quali sono in declino? Cosa occorre fare per migliorare lo stato di conservazione delle prime? Dove si concentrano i danni? Quali misure di prevenzione funzionano? Gli abbattimenti riducono davvero i problemi o li spostano soltanto? Chi raccoglie i dati? Chi li controlla? Chi risponde se una scelta non funziona? Senza queste risposte, parlare di gestione è solo una parola comoda. Una parola usata per rendere accettabile un arretramento.
Per questo riteniamo che il DDL debba essere fermato o profondamente riscritto. Serve buon senso. Serve scienza. Serve rispetto per la fauna selvatica, per il diritto europeo, per la Costituzione e per l’interesse pubblico.

La politica ha il dovere di ascoltare il mondo scientifico e di non trasformare la gestione della fauna in una concessione al mondo venatorio.
La fauna selvatica non è un problema da eliminare. Non è una proprietà privata. Non è una risorsa da sfruttare. È parte del patrimonio naturale del Paese.

Chiediamo che il Parlamento scelga responsabilità, conoscenza e tutela. Non arretratezza.

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Immagine generata con intelligenza artificiale