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Declassamento della protezione del lupo in Europa: cosa cambierebbe realmente?

venerdì 08 Marzo 2024

venerdì 08 Marzo 2024

Si è tanto parlato negli ultimi mesi del possibile declassamento del livello di protezione della specie lupo (Canis lupus) nell’Unione Europea: una scelta auspicabile secondo chi ritiene che i lupi siano “ormai troppi” e “troppo pericolosi” e scelta deleteria secondo chi ritiene che tale misura andrebbe a minare tutti gli sforzi compiuti negli ultimi decenni per la conservazione della specie sul territorio europeo. Ma cosa cambierebbe in concreto? E quale modifica verrebbe esattamente fatta?

La pietra miliare della conservazione della fauna selvatica in Europa è stata la Convenzione di Berna (“Convenzione sulla Conservazione della Vita selvatica e degli Habitat Naturali”), a cui, a partire dal 1979, hanno aderito 49 Paesi e l’Unione Europea stessa e che è stata ratificata da parte dell’Italia nel 1981 con la Legge n. 503. La Convenzione ha come obiettivi la conservazione della flora e della fauna selvatiche e degli habitat naturali con particolare attenzione alle specie minacciate e vulnerabili ma anche la cooperazione fra gli Stati su tali materie.
L’Allegato II della Convenzione elenca le specie di fauna “rigorosamente protette”, tra le quali è riportato anche il lupo. Per queste ultime, e quindi anche per il lupo, è prevista la possibilità di poter ricorrere agli abbattimenti in deroga, quindi facendo un’eccezione a quanto è stabilito, per una serie di motivi tra i quali sono elencate la prevenzione dei danni al bestiame e la tutela della sicurezza pubblica. Quindi ad oggi sono già presenti nella Convenzione gli strumenti legislativi per intervenire nei casi in cui singoli individui presentino comportamenti problematici oppure nuclei familiari abbiano un impatto rilevante sulla zootecnia in determinate aree. Esempio dell’utilizzo delle deroghe all’attuale stato di protezione del lupo sono oggi presenti in alcuni stati Europei che da anni praticano abbattimenti selettivi in determinati casi.

Il declassamento comporterebbe lo spostamento del lupo dall’Allegato II all’Allegato III della Convenzione di Berna, che riporta le specie di fauna soltanto “protette”. Per queste ultime la Convenzione prevede che sia possibile il prelievo venatorio, regolamentandolo in modo da non compromettere la sopravvivenza di tali specie. Diventerebbe, quindi, più agevole procedere agli abbattimenti del lupo, non solo nei casi di situazioni critiche ma anche attraverso una percentuale di prelievo annuale sul totale della popolazione.

L’altro caposaldo della conservazione della biodiversità europea è la cosiddetta Direttiva Habitat (Direttiva 92/43/CEE), che inserisce il lupo nell’Allegato IV, tra le specie di interesse comunitario che richiedono una “protezione rigorosa”, per le quali è prevista la possibilità di intervenire con gli abbattimenti per prevenire gravi danni all’allevamento e nell’interesse della sicurezza pubblica. Sulle specie inserite nell’Allegato V, invece, è possibile applicare un prelievo purché questo consenta di mantenerle in uno stato di conservazione soddisfacente, ossia senza causarne il declino né a livello numerico né di areale occupato.

Ma come si tradurrebbe in concreto questa riduzione del livello di protezione?

Attraverso la legge quadro sulla caccia e la tutela della fauna selvatica (Legge n. 157 del 11 febbraio 1992 “Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio”), che attualmente inserisce il lupo tra le specie rigorosamente protette anche sotto il profilo sanzionatorio, e attraverso il D.P.R. 357/97, che ha recepito la Direttiva Habitat, ad oggi è possibile intervenire con la cattura o l’abbattimento dei lupi su autorizzazione del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica una volta ottenuto il parere favorevole di ISPRA, se non esistono altre soluzioni praticabili e questo non pregiudichi la conservazione delle popolazioni interessate.

A seguito del declassamento, invece, verrebbe a mancare il divieto di uccisione, quindi potrebbero essere praticati degli abbattimenti, le cui modalità dovrebbero poi essere definite dai singoli Paesi europei e sempre mantenendo un livello soddisfacente di conservazione della specie su scala nazionale.

Le motivazioni alla base di questa scelta sono che gli abbattimenti permetterebbero di ridurre le predazioni sul bestiame, tuttavia questa correlazione non è pienamente supportata dai dati scientifici ad oggi disponibili. Infatti, diversi studi hanno analizzato gli effetti delle uccisioni dei lupi sull’andamento delle predazioni di bestiame, e talvolta non hanno osservato alcuna correlazione tra il numero di lupi abbattuti e le perdite di bestiame registrate, rilevando che spesso non c’è alcuna variazione del numero di capi d’allevamento predati nelle zone in cui vengono fatti gli abbattimenti rispetto alle zone nelle quali i lupi non vengono cacciati.

Altre volte, come nel caso della Francia, i risultati di questi abbattimenti si sono rivelati addirittura controproducenti, aumentando in qualche occasione l’impatto predatorio a danno delle aziende dove erano stati praticati gli abbattimenti. Un articolo recentemente pubblicato sulla rivista Conservation Letters ha analizzato gli effetti degli abbattimenti dei lupi sull’andamento delle predazioni di bestiame in Slovacchia nel periodo 2014-2019. Anche questo studio non ha osservato alcuna correlazione tra il numero di lupi abbattuti e le perdite di bestiame registrate. In pratica non si è evidenziata alcuna variazione nel tempo del numero di capi d’allevamento uccisi nelle zone in cui venivano fatti gli abbattimenti e non sono state trovate differenze nel numero di capi predati rispetto alle zone di controllo, nelle quali i lupi non venivano cacciati. In Slovacchia le quote di abbattimento dei lupi erano state definite su scala nazionale e regionale pertanto non miravano a specifici hotspots in cui si erano registrati danni elevati agli allevamenti, dimostrando che la riduzione delle predazioni non è una giustificazione su base tecnico-scientifica agli abbattimenti generalizzati.
Questi studi concludono che per ridurre le predazioni sul bestiame è più utile ricorrere ad interventi non letali ed alla diffusione capillare degli strumenti di prevenzione fra gli allevatori come mezzo per favorire la coesistenza fra lupi e attività zootecniche.

Inoltre, la rimozione di lupi responsabili di livelli di danni particolarmente elevati si andrebbe a sommare al prelievo illegale, che ad oggi è difficile da stimare numericamente, ma che probabilmente colpisce diverse centinaia di lupi ogni anno. Infatti non bisogna dimenticare che la deprecabile pratica del bracconaggio esercita di fatto un vero e proprio controllo non autorizzato della specie, eliminando numerosi individui ed anche cancellando interi branchi.

Quindi quali potrebbero essere le più rilevanti conseguenze del declassamento?
Quello che potrebbe cambiare significativamente sarebbe la percezione dell’importanza ecologica del lupo da parte delle comunità interessate dalla sua presenza e dai conseguenti conflitti. Restano inoltre da approfondire gli aspetti legati al possibile decremento dei sussidi economici per il mondo dell’allevamento zootecnico per favorire la coesistenza e spesso legati allo speciale status di protezione di cui oggi gode la specie lupo: con il declassamento della specie anche il supporto economico verso gli allevatori potrebbe essere ridotto.

Concludendo non sarebbero tanto le azioni autorizzate di controllo esercitate localmente in situazioni di particolare criticità ad incidere sulla popolazione di lupo quanto piuttosto il rischio di incremento dei già numerosissimi atti illeciti di eliminazione compiuti su singoli individui o addirittura interi branchi, causati dalla mancata accettazione di questo grande carnivoro. Gli atti di bracconaggio, infatti, potrebbero essere “sdoganati” proprio dalla percezione che il lupo, non essendo più specie rigorosamente protetta, potrebbe tornare ad essere considerato nell’opinione comune un “nocivo”, come lo era in Italia fino agli anni ’70 secondo l’allora vigente normativa sulla caccia, rischiando di dare un colpo di spugna su tutto il lavoro di conservazione portato avanti in questi decenni.

Inoltre è importante sottolineare come oggi il lupo si trovi ancora in uno stato di conservazione sfavorevole in sei delle sette regioni biogeografiche dell’UE, secondo l’ultima valutazione dello stato di conservazione basata sulle relazioni degli Stati membri nel 2019 e che in alcuni Paesi, come ad esempio quelli del nord europa, la pressione esercitata sulla specie sia eccessiva, mantenendo i numeri estremamente bassi con gravi conseguenze anche dal punto di vista genetico. Va inoltre sottolineato che oggi i Paesi della Comunità Europea hanno già in mano tutti gli strumenti legislativi necessari per gestire il lupo e i possibili conflitti, nel rispetto della specie e della sua conservazione, per questo qualsiasi declassamento appare non solo insensato, ma oltremodo controproducente.

Foto in copertina di Umberto Esposito / Wildlife Adventures
Un ringraziamento speciale a Chiara Alessandrini