In Svizzera, dal 2023, è stato introdotto un nuovo approccio alla gestione del lupo che consente interventi “preventivi” sui branchi, anche in assenza di danni recenti e documentati al bestiame.
Questo modello, fortemente promosso anche dal Cantone Vallese, prevede l’abbattimento di esemplari appartenenti a branchi ritenuti “a rischio di predazione”, nel tentativo di ridurre preventivamente i conflitti con l’allevamento. Si tratta di una deroga significativa al principio della protezione della specie, che affida alle autorità cantonali ampi margini di discrezionalità e solleva interrogativi tanto sul piano scientifico quanto su quello giuridico.
All’interno di questo programma, apprendiamo con profondo rammarico la notizia che nel 2024 nel Cantone del Vallese la metà dei lupi uccisi è stato ucciso per errore, così come rivelato dalle analisi genetiche. È un fatto gravissimo, che mette ancora una volta in discussione l’efficacia, la trasparenza e la legittimità degli interventi di regolazione autorizzati.
La gestione di una specie protetta come il lupo richiede rigore, competenza e soprattutto responsabilità: non si possono giustificare “errori di identificazione” quando si decide di eliminare animali appartenenti a un branco, con conseguenze potenzialmente disastrose per la struttura sociale e il comportamento del gruppo.
Già negli anni scorsi, in particolare nel 2023 e nel 2024, il Cantone Vallese si era distinto per l’elevato numero di abbattimenti autorizzati e attuati in tempi molto rapidi, in alcuni casi colpendo anche i cuccioli. Parallelamente, diverse decisioni cantonali sono state oggetto di ricorso e sospensione da parte del Tribunale amministrativo federale, a causa della mancanza di prove sufficienti sull’effettiva adozione di misure di prevenzione. È quindi evidente che si sta tentando di affrontare un problema complesso, quello della predazione sul bestiame, con strumenti sommari, inefficaci e potenzialmente controproducenti anche per gli stessi allevatori, nel medio e lungo periodo.
Come realtà impegnata nella promozione della coesistenza tra esseri umani e grandi predatori, riteniamo che simili errori debbano portare a una riflessione seria e profonda. La prevenzione resta la strada maestra: prima di ricorrere a misure letali, è indispensabile assicurare l’impiego sistematico di soluzioni non cruente, come i sistemi di protezione dei pascoli e la presenza di cani da guardiania. Servono inoltre protocolli rigorosi per identificare con certezza i responsabili dei danni, evitando interventi affrettati che finiscono per colpire animali estranei alle predazioni.
In conclusione, il caso svizzero dimostra quanto possa essere pericoloso abbandonare un approccio scientifico, prudente e orientato alla coesistenza nella gestione dei grandi carnivori. Il fallimento del modello adottato nel Cantone Vallese deve servire da monito. Solo un cambio di rotta fondato su prevenzione, monitoraggio accurato e rispetto della normativa sulla protezione delle specie potrà garantire una convivenza sostenibile, efficace e rispettosa tanto degli interessi degli allevatori quanto del ruolo ecologico fondamentale svolto dai lupi nei nostri ecosistemi.

