Sensori ambientali, droni, fototrappole, genetica molecolare, dispositivi GPS miniaturizzati, robot in grado di comunicare con gli animali. Negli ultimi anni, le innovazioni tecnologiche hanno rivoluzionato il modo in cui studiamo la natura, aprendo scenari impensabili fino a poco tempo fa. E questo è solo l’inizio. Robotica avanzata, intelligenza artificiale e computer quantistici offriranno strumenti sempre più potenti per scandagliare ogni aspetto degli ecosistemi e della vita selvatica.
Ma conoscere non è più sufficiente. Mentre le nostre città e i nostri bisogni crescono di giorno in giorno, l’urgenza non è più soltanto studiare l’ambiente, ma imparare a condividerlo. Insieme alle tecnologie, cresce esponenzialmente la nostra fame di spazio e risorse, e in un’epoca in cui i rapporti con i nostri simili e con ogni forma di vita si fanno sempre più tesi, la sfida del futuro, più che capire il mondo, diventa capire cosa ne faremo di questi superpoteri.
Useremo la tecnologia per dialogare o per sottomettere? Per favorire la coesistenza o lo sfruttamento? Per prenderci cura o per distruggere?
Ciao! Bentrovate e bentrovati. Io sono Tommaso D’Errico e questo è Rendez-vous, un podcast prodotto da Io non ho paura del lupo dedicato agli intrecci — spesso invisibili e talvolta esplosivi — tra esseri umani e vita selvatica.
Nei primi episodi abbiamo visto come la coesistenza tra noi e gli animali selvatici non sia affatto semplice. Non lo è per loro, costretti a vivere in ambienti plasmati dalla nostra presenza, e a volte nemmeno per noi. Oggi iniziamo un viaggio che ci porterà a esplorare il futuro, per affrontare una questione cruciale: capire se — e come — quanto c’è di più moderno possa aiutarci a ritrovare un equilibrio con quanto c’è di più antico.
Per provare a rispondere a questa domanda, sono partito dall’Abruzzo, polmone verde e cuore selvaggio d’Europa, da secoli laboratorio a cielo aperto di coesistenza. Il luogo ideale per rendersi conto che più la modernità avanza, più i confini tra il nostro mondo e quello selvatico si fanno sfumati. E per scoprire se davvero la tecnologia possa aiutarci a convivere con le creature che ci vivono a fianco, anche con quelle che ci fanno più paura.
Boschi e montagne a perdita d’occhio. Laghi di un azzurro lucente, praterie brulicanti di vita e borghi medievali incastonati nel verde come pietre preziose. Visto così, l’Abruzzo sembra una cartolina perfetta. Un paradiso naturalistico dove è più probabile restare bloccati in un ingorgo di cervi che di automobili. Ma sotto la superficie si agita un mare in tempesta. Qui, tra umano e selvatico l’equilibrio è particolarmente fragile, e il rischio di conflitto si nasconde — letteralmente — dietro ogni angolo.
Quanto sia letterale questa espressione, l’ho scoperto di persona la scorsa primavera. In compagnia di un amico percorrevamo un sentiero in montagna sotto una pioggia battente. Camminavamo a testa bassa, attenti a non scivolare, quando improvvisamente, subito dopo una svolta, ci siamo trovati faccia a faccia con una coppia di orsi. Sono comparsi dal nulla oltre il muro d’acqua, la femmina davanti e il grosso maschio subito dietro, così vicini che quasi ci inciampavamo sopra. Una scena talmente surreale che non ci è passato neanche per la testa di agitarci o di avere paura. Per fortuna, anche gli orsi hanno mantenuto la calma. Ci hanno annusato per un istante che è sembrato un’eternità, poi hanno fatto dietrofront e se ne sono andati per la loro strada, voltandosi a guardarci di tanto in tanto fino a sparire nel bosco.
Un incontro ravvicinato. Foto di Tommaso D’Errico
Gli orsi marsicani sono animali tolleranti e quasi mai si mostrano aggressivi verso le persone. Ma il problema è che in Abruzzo un incontro di questo tipo può capitare a chiunque, quando e dove meno te lo aspetti. Non serve infilarsi in un bosco per trovarsi davanti un bestione che può superare i duecento chili, dal momento che anche gli orsi si concedono delle escursioni al di fuori del loro habitat. La presenza di cibo li spinge talvolta a bighellonare nei pressi dei centri abitati, creando situazioni potenzialmente molto rischiose per tutti.
A farne le spese sono pollai, frutteti, stalle e apiari, ma spesso chi ci rimette sono proprio gli orsi. Come nel caso di Juan Carrito, diventato una star del web per via delle sue scorribande e ucciso da un’auto sulla Statale vicino a Castel di Sangro. O come successo ad Amarena, abbattuta a fucilate nella periferia di San Benedetto dei Marsi mentre cercava galline insieme ai suoi cuccioli.
Restare vittime di incidenti stradali o atti di bracconaggio è un destino fin troppo probabile per gli orsi confidenti, ma queste morti violente sono una tragedia per l’intera specie. L’orso bruno marsicano conta appena una sessantina di esemplari, tutti distribuiti in una piccola area dell’Appennino centrale, e la morte di un singolo individuo è un passo avanti verso il baratro dell’estinzione. E la perdita diventa incalcolabile quando a morire è una madre come Amarena, capace di mettere al mondo quattro orsetti in un colpo solo.
La possibilità di una convivenza pacifica con gli orsi e il futuro stesso di questi animali passa dalla capacità che avremo di tenerli lontani dai paesi e dalle strade. Cosa per niente facile, come sa bene chi è impegnato in prima linea nella tutela di queste rarissime creature.
L’orsa Amarena con i suoi cuccioli. Foto di Luigi Filice per Salviamo L’Orso
In tredici anni di battaglie, l’associazione Salviamo l’Orso ha capito una cosa fondamentale: per salvare il marsicano dall’estinzione, occorre agire su più fronti.
Il primo è quello ambientale. Come mi ha spiegato Serena Frau, project manager dell’associazione, è importante rendere la montagna una casa sicura e accogliente per gli orsi. Un lavoro di cura certosina che raggruppa diverse attività — dal recupero dei frutteti abbandonati alla rimozione dei vecchi recinti di filo spinato, dalla ricerca di bocconi avvelenati alla messa in sicurezza degli invasi d’acqua artificiali, dove troppi orsi sono già morti annegati.
Altro aspetto chiave è quello della coesistenza. Per mitigare i conflitti il lavoro si sposta dai boschi ai paesi, con l’obiettivo di creare “comunità a misura d’orso” attraverso incontri formativi con la popolazione e interventi diretti di prevenzione, quali la fornitura e l’installazione di recinti elettrificati, pollai, porte e cassonetti a prova di orso. Lo scopo non è solo informare, ma coinvolgere e responsabilizzare le comunità locali. In altre parole, riassume Serena, chiediamo alle persone di partecipare attivamente al processo di coesistenza e facciamo di tutto affinché la gente non si svegli al mattino trovandosi un orso in giardino.
Questi sforzi, però, rischiano di risultare vani se non si riuscirà a mettere un freno alla mortalità antropica, che ancora oggi rappresenta la principale causa di decesso per gli orsi marsicani. Nonostante tutto, troppi orsi continuano a morire per mano dell’uomo, soprattutto sulle strade, a causa dell’alta velocità e della scarsità di infrastrutture — come barriere e sottopassi — che dovrebbero tutelare sia la fauna che gli automobilisti.
L’ultima tragedia è cronaca di queste ore: un incidente in cui un orso adulto ha perso la vita, lungo la statale tra Sora e Avezzano, la notte del 21 dicembre, mentre mi preparavo a registrare questa puntata.
Quello delle collisioni è un problema che non riguarda solo gli orsi. Quantificare il numero di vittime è impossibile, ma ciò che è certo è che nel nostro Paese, su strade e ferrovie, si verificano ogni giorno vere e proprie ecatombi di vita selvatica. Uno studio recente condotto da Io non ho paura del lupo ha evidenziato come in Italia circa il 60% dei lupi muoia in seguito a investimenti. E a pagare il conto siamo anche noi, con decine di morti e centinaia di feriti ogni anno a causa degli impatti con gli ungulati selvatici.
Foto di Simone Formisani per Salviamo L’Orso
I fiumi di asfalto con cui abbiamo inondato gli habitat naturali rappresentano oggi il punto più critico dei rapporti tra esseri umani e animali. Ma è proprio qui che le nuove tecnologie possono fare la differenza. In che modo me lo racconta Stefano Dell’Osa, ingegnere informatico e volontario di Salviamo l’Orso, che un paio di anni fa, dopo l’ennesimo incidente, si è “incaponito” — come dice lui — nel cercare una soluzione al problema della sicurezza stradale. E, come vedremo, non solo a quella.
L’idea di Stefano è che l’intelligenza artificiale possa agire come un “facilitatore”, contribuendo a colmare la carenza di personale, fondi e infrastrutture con cui si è costretti ad affrontare un tema complesso come quello della coesistenza in aree antropizzate.
Il progetto a cui si è dedicato con passione negli ultimi anni si chiama WADAS, acronimo di Wild Animals Detection and Alert System: un occhio intelligente capace di rilevare la presenza di animali selvatici e far scattare in tempo reale misure di sicurezza per proteggere persone e animali.
Di base, WADAS è un’applicazione software che grazie a un motore di intelligenza artificiale scansiona immagini e video provenienti da una telecamera, individuando la presenza di animali e stabilendo di che specie si tratta, anche in condizioni di scarsa visibilità. Rilevato un pericolo, il sistema può inviare notifiche via email, WhatsApp o Telegram e all’occorrenza, in una frazione di secondo, può attivare sul posto una serie di dispositivi, come sbarre, cancelli, dissuasori acustici e luminosi, oppure cartelli elettronici che avvisano gli automobilisti della presenza di fauna sulla carreggiata.
© Progetto WADAS e PNALM
Fermare le stragi sull’asfalto è al momento l’obiettivo principale di WADAS, ma in prospettiva le possibilità di impiego di un sistema di questo tipo, combinato con altri strumenti tecnologici, sono praticamente infinite. Pensate ad esempio a una “mangiatoia smart”, capace di riconoscere le specie domestiche autorizzate a rimpinzarsi e di chiudere la porta in faccia a orsi e cervi, impedendo che si abituino al cibo umano. Oppure immaginate un drone che, al primo segnale di allarme, si alza in volo tra i vicoli di un paese, utilizzando di volta in volta dissuasori specifici per mettere in fuga l’impiccione di turno — che si tratti di un orso, di un lupo o di un cinghiale.
Vi sembra fantascienza? Beh, non lo è. Sistemi simili sono già usati in diverse aree del mondo, per affrontare problematiche locali che si somigliano un po’ dappertutto.
Sulle vette innevate del Pakistan, un sistema molto simile a WADAS ha ridotto in modo significativo gli attacchi del leopardo delle nevi al bestiame domestico, con benefici immediati sia per gli allevatori sia per la tutela di questo superpredatore minacciato di estinzione. Nello stato indiano del Bengala Occidentale, telecamere in grado di rilevare il passaggio degli elefanti avvertono in tempo reale le comunità locali, mitigando un conflitto che ogni anno causa decine di morti e ingenti danni alle coltivazioni. In Africa, un programma di protezione delle zebre sta testando la capacità dell’intelligenza artificiale di riconoscere non solo la specie, ma i singoli animali, a partire dalle strisce del manto. In Giappone e negli Stati Uniti, droni muniti di telecamere pattugliano territori sensibili per localizzare gli orsi un po’ troppo arrembanti e allontanarli dalle aree abitate senza che nessuno si faccia male.
Sono solo alcuni esempi, che raccontano un passaggio epocale: se la sfida della coesistenza è diventata globale, la tecnologia è una lingua universale che possiamo imparare collaborando. In Abruzzo, WADAS è in fase di sperimentazione grazie a una partnership tra Salviamo l’Orso, l’Università dell’Aquila, il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise e due grandi aziende come Intel e Reolink, che hanno messo a disposizione strumenti e competenze nel campo dei processori e dei servizi di videosorveglianza.
I risultati sono incoraggianti, anche se Stefano è il primo a sottolineare che quando la tecnologia esce dai laboratori e si scontra con la realtà, emergono sempre mille problemi. Oltre alle questioni tecniche — come la necessità di proteggere i dati o la cronica carenza di segnale nelle aree montane — spuntano continuamente complicazioni burocratiche, dall’impresa di far dialogare enti diversi ai cavilli normativi che sembrano fatti apposta per frenare ogni innovazione.
E poi, naturalmente, c’è la questione economica. Stefano va fiero di una cosa: il “cervello” di WADAS è a basso consumo, può girare su un semplice portatile e non ha bisogno di server costosi, né di servizi cloud di terze parti. Ma il problema sono i “muscoli”, cioè gli attuatori meccanici che rendono possibili le applicazioni più complesse, come le mangiatoie intelligenti o i cartelli dotati di display, che hanno costi proibitivi per un progetto realizzato su base volontaria.
Stefano, però, è fiducioso. I conflitti sono da sempre motore di innovazione, e se da un lato progetti del genere richiedono risorse e competenze, dall’altro sono sfide che si nutrono soprattutto di entusiasmo. Occorre essere un po’ nerd, sostiene, e molto motivati. È la passione che ti fa sbattere la testa contro i problemi finché non trovi una soluzione, magari grazie al contributo di altri professionisti e appassionati. È con questo spirito — altro motivo di orgoglio — che WADAS è nato come progetto open-source: un software libero e gratuito, aperto ai contributi di altri esperti e a disposizione di chiunque voglia proteggere la natura. A un patto: che non venga mai usato per scopi commerciali o, peggio, per qualsiasi tipo di caccia.
Tornando alle domande da cui siamo partiti, credo che una parte della risposta sia nascosta proprio qui, tra i bit digitali e i boschi d’Abruzzo. Se usata con coscienza, la tecnologia può rivelarsi un alleato prezioso per tornare a relazionarci in modo sano con gli altri esseri viventi. Non si tratta di essere tecno-ottimisti ad ogni costo — alla Elon Musk, per capirci — ma di constatare che il valore di ogni strumento dipende dall’uso che decidiamo di farne. Non possiamo impedire che il domani sia iper-tecnologico, ma possiamo decidere se questa potenza servirà per allontanarci sempre più dalla natura o per rendere il mondo un posto più accogliente e più sicuro per tutti.
Passiamo un sacco di tempo a chiederci se i nostri computer stiano diventando davvero intelligenti. E forse troppo poco a chiederci se siamo noi abbastanza intelligenti da usarli nel modo giusto. Una cosa è certa. Se il futuro non siamo in grado di prevederlo, c’è qualcosa di ancora più potente che possiamo fare: immaginarlo, e poi rimboccarci le maniche per costruirlo esattamente come lo abbiamo immaginato.
Perché, come non mi stancherò mai di ripetere, convivere con il selvatico non è soltanto una sfida tecnica. È anche e soprattutto una scelta culturale.
Per restare aggiornati su questa vicenda e scoprire come sostenere i progetti di coesistenza di Salviamo l’Orso e Io non ho paura del lupo, potete visitare i siti ufficiali e i canali social delle associazioni: trovate tutti i link nella descrizione di questo episodio.
Vi ricordo inoltre che Rendez-vous nasce per essere un luogo aperto e condiviso. Se avete vissuto incontri o storie che meritano di essere raccontati, scrivetemi a rendez-vous@iononhopauradellupo.it
Non mi resta che augurarvi una buona coesistenza per il nuovo anno e darvi appuntamento ai prossimi episodi. Dove, tra le altre cose, torneremo a parlare di tecnologie futuristiche, e in particolare di un’idea davvero affascinante che potrebbe potrebbe cambiare le regole della coesistenza con i lupi e gli altri grandi carnivori.
Per questa puntata è davvero tutto. Noi ci ritroviamo qui, tra un mese. Al nostro solito rendez-vous.






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