loader image

Lupi, tra abbattimenti e prevenzione: il nostro punto di vista sui casi di Alto Adige e Lessinia trentina e lo stop agli indennizzi per chi non protegge

giovedì 25 Settembre 2025

giovedì 25 Settembre 2025

Nelle ultime settimane, per la prima volta in Italia da oltre mezzo secolo, due lupi sono stati abbattuti dalle autorità: uno dalla Provincia autonoma di Bolzano e uno in Lessinia, dalla Provincia autonoma di Trento. Entrambi gli interventi sono stati motivati da una serie di predazioni e avallati dal parere tecnico-istruttorio favorevole reso da ISPRA, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale.

Queste operazioni hanno riacceso il dibattito pubblico: se da un lato vengono presentate come misure urgenti a difesa del comparto zootecnico, dall’altro suscitano critiche per la presunta inefficacia nel raggiungere l’obiettivo dichiarato, cioè ridurre le predazioni nel medio-lungo termine.

La nostra Associazione non assume una posizione di principio contraria agli abbattimenti: riconosciamo che, in casi specifici e solo dopo che tutte le misure non letali si siano rivelate inefficaci, la rimozione di singoli individui possa talvolta essere utilizzata come strumento gestionale. Tuttavia, ribadiamo con forza il nostro pensiero: l’abbattimento non è, e non può diventare, uno strumento preventivo. È e deve restare l’extrema ratio, applicabile soltanto in presenza di una situazione di minaccia per la sicurezza pubblica o di danno grave e reiterato al comparto zootecnico, in circostanze chiaramente documentate e unicamente quando, mediante opportuni strumenti di prevenzione, sia stato fatto tutto il possibile per evitare l’insorgere di tali situazioni. 

È inoltre necessario chiarire cosa significhi davvero “aver fatto tutto il possibile”, definendo criteri tecnici solidi, da un lato per un costante miglioramento delle misure di prevenzione, dall’altro per comprendere quando realmente tutte le alternative agli abbattimenti siano già state tentate. In questo senso, il parere di ISPRA è cruciale, sia nel definire parametri chiari sia nel valutarne, caso per caso, l’effettivo rispetto. Allo stesso tempo, tuttavia, tale parere non può fondarsi esclusivamente sulla relazione fornita da chi richiede gli interventi di abbattimento.

Queste considerazioni devono inoltre tenere conto di come il tema dei grandi carnivori, e in particolare del lupo, sia oggi frequentemente utilizzato e distorto a scopi politici: annunci frettolosi di abbattimenti o decreti a effetto dall’alto valore simbolico vengono usati come segnali rivolti a bacini elettorali sensibili, come allevatori, aree rurali, opinione pubblica di montagna. Questo fenomeno ha un impatto notevole: la retorica punitiva e la promessa di soluzioni “rapide” esercitano pressioni su amministrazioni e tecnici, rischiando di orientare decisioni che dovrebbero invece basarsi esclusivamente sull’efficacia delle misure di prevenzione. Il pericolo è duplice: da un lato, decisioni affrettate che compromettono i processi di conservazione; dall’altro, l’erosione della fiducia reciproca tra comunità locali, scienza e istituzioni.  

Non ultimo, diversi studi* (vedi link a fondo articolo) dimostrano che all’aumentare degli abbattimenti “legali” crescono in parallelo anche quelli illegali. Questo fenomeno è stato osservato in vari contesti europei e americani: l’introduzione di deroghe, quote di prelievo o piani di abbattimento autorizzati, lungi dal ridurre le uccisioni illegali, contribuisce spesso a legittimare culturalmente e socialmente l’idea che l’eliminazione del predatore sia accettabile o persino necessaria. In altre parole, si rafforza la percezione del lupo come specie “problematica”, e una parte della popolazione può sentirsi indirettamente autorizzata a intervenire in modo autonomo, al di fuori della legalità.

In Italia, su questo fronte esiste un grande vuoto di conoscenze: tassi reali di mortalità della specie, impatto del bracconaggio e cause di morte di origine antropica nelle popolazioni di lupo restano perlopiù sconosciute alle stesse Regioni chiamate a gestire il fenomeno. Su questi aspetti, nei prossimi mesi, forniremo ulteriori informazioni.

Confronto tra i due casi: cosa dicono i fatti e i documenti

Nel caso della Val Venosta, la Provincia di Bolzano ha disposto il prelievo di due lupi in seguito a una sequenza di predazioni su ovini lasciati in alpeggio. Le cronache e i comunicati ufficiali descrivono l’operazione come una risposta rapida agli attacchi al bestiame. Tuttavia, dall’esame dei fascicoli e delle relazioni istruttorie (ottenuti solo di recente tramite richiesta di accesso agli atti) emerge un elemento ricorrente: la maggior parte delle predazioni sembra essersi verificata in condizioni di assenza o inadeguatezza delle misure di prevenzione. Questo non è un dettaglio marginale: giustifica l’obiezione secondo cui l’abbattimento sia stato usato come “scorciatoia”, in sostituzione di un piano di prevenzione strutturato, oggi profondamente carente in Alto Adige, e alle iniziative di informazione sulla specie rivolte alla popolazione.

Il Trentino, rispetto all’Alto Adige, ha storicamente adottato un approccio più articolato, con attività specifiche di supporto agli allevatori e una maggiore sensibilità tecnica, maturata anche grazie all’esperienza nella gestione dell’orso. 

Tuttavia, il caso di Malga Boldera, in Trentino, è emblematico perché evidenzia le zone d’ombra residue: il perimetro recintato, pur essendo stato per anni un esempio virtuoso che ha protetto i bovini dagli attacchi del lupo, col tempo si è rivelato essere eccessivamente esteso, soggetto a problemi di manutenzione e vulnerabile a tecniche di superamento sviluppate dai predatori. Una sorta di cattedrale nel deserto in mezzo a centinaia di pascoli privi di qualsiasi protezione, che mostra oggi le fisiologiche difficoltà gestionali nel pascolo brado, ovvero quello non custodito.

I recinti di dimensioni eccessive sono difficili da sorvegliare e favoriscono la formazione di punti deboli sfruttabili dai predatori. I cani da guardiania restano uno degli strumenti più efficaci se impiegati correttamente, ma in questo caso purtroppo non sono mai stati utilizzati: il recinto ospita bovini di numerose aziende, rendendo particolarmente difficile inserire i cani, perché con più allevatori riuniti viene a mancare un unico proprietario di riferimento.”

In sintesi, la prevenzione funziona se è sistemica: dove manca anche uno solo di questi elementi, il rischio di fallimento aumenta sensibilmente, come dimostrano i casi di Trentino e Alto Adige.

 

Considerazioni tecniche sull’efficacia degli abbattimenti

Le analisi tecniche evidenziano che la rimozione di pochi individui non elimina il rischio quando persistono fattori di esposizione del bestiame. Per questo motivo, Io non ho paura del lupo insieme a numerose associazioni e gruppi tecnici hanno sottolineato come questi abbattimenti abbiano di fatto effetti più rilevanti sul piano politico che una reale efficacia nell’interesse degli allevatori.  

Sia in Alto Adige che in Lessinia Veneta e Trentina, da oltre un decennio, c’è forte reticenza nell’adottare diffusamente strategie preventive: la “inapplicabilità” sistemica delle misure di prevenzione è stata più volte sbandierata come motivo per sospendere investimenti strutturali, creando un circolo vizioso che oggi appare evidente nei casi dell’Alto Adige e del Trentino. Da questo punto di vista abbiamo più volte condiviso le nostre osservazioni con gli allevatori e lo ribadiamo anche qui: chi sostiene che il “problema lupo” verrà risolto con gli abbattimenti, che le predazioni cesseranno e che non occorre investire nella prevenzione non tutela gli interessi degli allevatori, ma sfrutta il tema per tornaconto personale o elettorale.

Di fatto, la polarizzazione produce due effetti concreti: aumenta la sfiducia verso il mondo conservazionista (che viene percepito come insensibile alle problematiche degli allevatori) e, contemporaneamente, rafforza la narrativa politica che privilegia soluzioni “spot” invece di investimenti strutturali. Tutto ciò rappresenta un doppio svantaggio per una politica di lungo periodo, che dovrebbe coniugare tutela della biodiversità e reddito.

 

Azioni politiche raccomandate 

Da questo punto di vista, c’è ancora molto da fare. Un concetto chiave che proponiamo come policy-practice consiste nel cessare l’erogazione di indennizzi a chi non adotta strumenti di prevenzione. Oggi, in molte realtà italiane,Trentino e Alto Adige incluse, si continuano a pagare danni da lupo anche quando gli animali predati non sono protetti; ciò crea un meccanismo perverso che disincentiva la prevenzione e, sul lungo periodo, complica la convivenza con i carnivori. 

Le direttive europee in questo senso sono chiare: il compenso non deve sostituire le misure preventive. È tempo che i regolamenti regionali e provinciali riflettano in modo coerente questa logica, vincolando l’erogazione degli indennizzi al requisito imprescindibile di aver adottato correttamente tutte le misure di difesa necessarie, tanto più che i mezzi di prevenzione sono spesso forniti gratuitamente dalle istituzioni.  

La sospensione dei risarcimenti in caso di mancata applicazione dei mezzi di prevenzione appare una misura di compromesso urgente e necessaria, a maggior ragione nel momento in cui al mondo conservazionista viene richiesto di accettare occasionali rimozioni.

Da parte nostra, dalla fondazione dell’Associazione abbiamo ribadito più volte quanto in Lessinia fosse necessario lavorare sul tema della prevenzione, ma le nostre parole sono spesso cadute nel vuoto. I risultati oggi sono sotto gli occhi di tutti, con generazioni di lupi inclini alla predazione sui bovini, danni continui, malcontento generale e  bracconaggio in crescita costante. A tal proposito, a nulla sono valse le nostre PEC rivolte a istituzioni e autorità in merito ai casi recenti di lupi uccisi illegalmente nella Lessinia veneta: un silenzio, quello delle istituzioni, che lascia impuniti e a piede libero dei criminali con la carabina pronta.

Monitoraggio e raccolta dati

Per quanto riguarda la conoscenza della specie e il monitoraggio dei branchi è importante sottolineare come molte regioni italiane debbano confrontarsi con una cronica carenza di dati. Nel caso trentino, poi, l’assenza di dati telemetrici (come quelli forniti dai lupi radiocollarati) limita drasticamente la capacità di ricostruire dinamiche spazio-temporali dettagliate e di valutare l’effetto delle misure gestionali sul comportamento dei singoli individui e dei branchi. Questo deficit scientifico rende molto fragile, dal nostro punto di vista, la legittimazione tecnica dei provvedimenti emergenziali.

A tal proposito, è necessario ricordare che nel 2023 la Provincia di Trento aveva già chiesto un parere a ISPRA per l’abbattimento di due lupi, poi mai eseguito, sempre in relazione ad episodi di predazione sui bovini di Malga Boldera. L’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, analizzando il cluster di predazioni, in quell’occasione aveva espresso osservazioni mirate:

“Il prelievo richiesto può risultare coerente con il quadro normativo provinciale e comunitario, purché codesta Amministrazione (la Provincia di Trento) attivi un programma di azioni volte ad incentivare l’adozione di misure di prevenzione da parte delle altre aziende presenti nell’area, e purché produca entro 3 mesi una sintetica valutazione dei possibili miglioramenti della prevenzione attivabili nella malga Boldera, corredata di un coinciso cronoprogramma delle eventuali azioni.”

Questi fondamentali passaggi sono esplicitati nel parere di ISPRA, ma a distanza di oltre due anni nessuna delle indicazioni appare essere stata eseguita e permangono al contrario criticità importanti: aziende limitrofe prive di protezioni efficaci; segnalazioni sulla bassa tensione delle recinzioni e sulla mancanza di adeguata guardiania; presenza al pascolo di animali giovani più esposti alle predazioni. 

Va inoltre segnalato che, da alcune settimane, a Malga Boldera abbiamo potuto osservare, all’interno dell’area di pascolo principale, la presenza di un recinto di dimensioni più contenute nel quale sono ospitati alcuni capi giovani. Da quel momento non ci risulta si siano più verificate predazioni a carico della stessa malga. Questo dato è significativo, perché dimostra come spesso l’adozione di misure ulteriori e più adeguate possano risultare efficaci nella riduzione dei danni, smentendo di fatto l’idea che non vi siano ulteriori soluzioni tecniche applicabili oltre all’abbattimento dei lupi.

Considerazioni finali

Concludendo, i recenti abbattimenti, così come sono stati concepiti e comunicati, sembrano avere più valore politico che pratico: non risolvono le cause profonde delle predazioni, né offrono un sostegno reale agli allevatori, mentre rischiano invece di alimentare il circolo vizioso del conflitto.   

Quello che serve è un cambio di passo: più prevenzione concreta, più controlli sulla qualità delle misure adottate, più ricerca scientifica e, soprattutto, maggiore volontà politica di tradurre gli impegni formali in interventi strutturali e quantificabili sul territorio. Cioè l’esatto contrario rispetto al “piano di controllo del lupo” che la Provincia di Trento pare avere in cantiere ma del quale ad oggi non sono noti dettagli.

Solo così sarà possibile conciliare reddito zootecnico, identità delle comunità alpine e conservazione di una specie che, in Europa, è ancora soggetta a forti tensioni sociali e gestionali, e il cui futuro non è così roseo e scontato come molti vogliono farci credere.

 Foto in apertura di Gaetano Pimazzoni / LessiniaBolf

Chapron, G. & Treves, A. (2016). Blood does not buy goodwill: allowing culling increases poaching of a large carnivore. Proceedings of the Royal Society B, 283(1830): 20152939.

Treves, A., Naughton-Treves, L., & Shelley, V. (2013). Longitudinal analysis of attitudes toward wolves. Conservation Biology, 27(2), 315–323.

Santiago-Ávila, F. J., & Treves, A. (2020). Poisoned pawns: legal lethal management increases poaching of large carnivores. Proceedings of the Royal Society B, 287(1920): 20191665.

Liberg, O. et al. (2012). Shoot, shovel and shut up: cryptic poaching slows restoration of a large carnivore in Europe. Proceedings of the Royal Society B, 279(1730), 910–915.