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Pubblicato il decreto di declassamento del lupo: “Una scelta politica che non risolverà i conflitti”

giovedì 22 Gennaio 2026

giovedì 22 Gennaio 2026

È stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il decreto del Ministero dell’Ambiente che modifica gli allegati del DPR 357/1997, il regolamento che attua in Italia la Direttiva Habitat. Con questo provvedimento il lupo viene spostato dall’Allegato D, che prevede una protezione rigorosa, all’Allegato E, che include le specie per cui possono essere previste misure di gestione e di prelievo meno rigorose. 

Si tratta del passaggio formale con cui l’Italia recepisce il declassamento del lupo nel quadro delle normative europee. Ciò non significa il via libera ad abbattimenti indiscriminati, né che il lupo diventi una specie cacciabile. La normativa europea prevede infatti che qualsiasi intervento sia compatibile con il mantenimento della specie in uno stato di conservazione soddisfacente e che sia dunque fondato su una conoscenza solida e aggiornata della popolazione di lupo.

Nel frattempo, è stato anche pubblicato un decreto che fissa il “tasso massimo annuo di prelievo”, ripartito per Regioni e Province autonome. Nell’anno 2026, in Italia potranno essere abbattuti in totale 160 lupi a fronte di una popolazione stimata di circa 3500 esemplari. Questa quota rappresenta un limite massimo teorico, un tetto di sicurezza entro cui potrebbero collocarsi eventuali autorizzazioni, ma non è un obiettivo da raggiungere e non autorizza da sola alcun intervento.

“È fondamentale chiarirlo subito: il lupo non diventa una specie cacciabile e non partono automaticamente gli abbattimenti”, spiega Io non ho paura del lupo, associazione da ormai 10 anni impegnata nel favorire la coesistenza con il grande predatore. “Il vero nodo da sciogliere” secondo l’associazione, “non è tanto il declassamento in sé, quanto l’assenza di un quadro nazionale chiaro. Senza un adeguamento della legge 157/92, per la quale il lupo è ancora una specie particolarmente protetta, senza criteri di monitoraggio condivisi e un piano nazionale di gestione e conservazione del lupo, qualunque decisione rischia di essere fragile dal punto di vista legale e di alimentare contenziosi e conflitti invece di risolverli”.

Un secondo problema centrale è quello del monitoraggio. “Oggi molte Regioni hanno ancora a disposizione pochissimi dati sulle proprie popolazioni di lupo”, sottolinea l’associazione. “Lo dimostra anche il recente studio sulla mortalità del lupo in Italia, che abbiamo condotto e pubblicato di recente basandoci sui dati istituzionali disponibili: in molte aree il monitoraggio è frammentario o assente, disomogeneo o fermo a diversi anni fa. Senza dati solidi su consistenza, distribuzione e mortalità reale, è impossibile parlare seriamente della gestione di una specie”.

In questo contesto, l’associazione ribadisce che la vera priorità è e deve restare la prevenzione. “Il lupo è tornato per restare: pensare di governare questa presenza solo con strumenti repressivi o emergenziali è illusorio. Oggi più che mai servono investimenti strutturali sulla prevenzione dei conflitti: recinzioni elettrificate, cani da guardiania, assistenza tecnica agli allevatori, nuove tecnologie, informazione sul territorio sulle buone pratiche di coesistenza.”

“La modifica degli allegati è un passaggio che imprime una direzione chiara, ma non cambia automaticamente la realtà sul territorio”, conclude Io non ho paura del lupo. “La partita vera si gioca su tre elementi: chiarezza normativa, qualità del monitoraggio e capacità di intervento tempestivo nei rari casi realmente critici per la sicurezza. Senza queste basi, il rischio concreto è che aumentino solo le battaglie legali e la confusione, mentre i problemi reali di convivenza restino irrisolti”. 

“Da troppo tempo il tema lupo viene utilizzato come terreno di scontro politico e strumento di propaganda, mentre servirebbero al contrario scelte responsabili e basate sui dati. La sfida non dovrebbe essere ideologica, ma pratica: costruire strumenti efficaci per ridurre i conflitti, sostenere chi vive e lavora nelle aree rurali e rendere la presenza del lupo compatibile con le attività umane. È su questo terreno che si gioca davvero la tutela della specie e la sostenibilità del lavoro degli allevatori.”