Mentre scrivo queste righe, all’ombra del muretto sbrecciato che delimita l’orto, la vita si dispiega tutt’intorno in un microcosmo di forme e connessioni. […] Sono felice di trovarmi qui, e non riesco a fare a meno di scattare foto per raccontare questo luogo e i suoi abitanti. Adoro i silenzi diroccati dell’Appennino, i suoi lunghi respiri, le innumerevoli zampette che ne calpestano la pelle come ragni tessitori di vita. Dieci anni fa ho lasciato Roma con un po’ di incoscienza e un desiderio addosso: condividere le mie giornate con queste creature tanto simili e diverse da me. Volevo vivere letteralmente tra gli animali. Non solo vicino, ma in mezzo a loro. Non potevo immaginarlo, allora, quanto gli animali mi avrebbero accontentato, quanto potessero diventare ossessivi e invadenti.
Ho scoperto presto che la montagna è una soglia: qui i confini sono sfumati e anche una casa diventa un ecosistema difficile da contenere. Non appena mi allontano, anche solo per pochi giorni, so che dovrò fare i conti con qualcuno deciso a conquistarsi un nido o una fornitura di cibo. Al mio ritorno, trovo sempre nuovi coinquilini ad attendermi: uccelli nella tettoia, scorpioni nel letto, calabroni in cucina, tarli intenti a perforare l’intero salone, topi che aprono ristoranti nella dispensa e ghiri asserragliati in soffitta, sazi di cavi elettrici e cartongesso.
Lontano dalle città, la biodiversità è molto più di un concetto astratto: è una presenza appuntita che scava, si ingegna, rosicchia, pretende. È l’espressione di una vita imprevedibile, ostinata e instancabile, che insiste, si adatta, si prende un pezzo alla volta finché non gli dici di no. E spesso, dopo che glielo hai detto, continua a farlo comunque.
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Abitare la montagna significa condividere gli spazi con forme di vita che hanno i propri ritmi, i propri bisogni e nessun rispetto per la tua idea romantica di “ritorno alla terra”. Gli animali non si domandano se il tuo pollaio è biologico, se hai letto Gary Snyder o se sogni una vita slow. Hanno fame, tane da costruire e cuccioli da nutrire. Il loro mestiere è sopravvivere, e sanno farlo benissimo.
Quando si parla di montagna, qualcuno, citando il poeta dell’ecologia profonda, ci ricorda immancabilmente che “la natura non è un posto dove andare, è casa nostra”. Ma in questa casa, se davvero vogliamo restarci, dobbiamo imparare a viverci, accettando il fatto che non ne siamo i padroni. E comprendendo che neanche gli animali lo sono. Perché qui, semplicemente, non comanda nessuno. Qui tutto è agguato, mediazione, interdipendenza, conflitto. Ricerca costante di un equilibrio e necessità impellente di compromesso. Un compromesso che siamo noi a dover raggiungere, perché gli animali non scendono a patti.
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Quello che avete letto è l’incipit di un lungo articolo che ho scritto per il periodico “Ossigeno”. Il pezzo si intitola “Il fantasma del lupo cattivo” e calzava a pennello nel numero di giugno della rivista, dedicato alla vita in montagna. Ma ci sembrava anche adatto per inaugurare una nuova newsletter che curerò in prima persona. Ah, giusto, non mi sono ancora presentato!
Io sono Tommaso D’Errico, e questo è il primo numero di Rendezvous: una newsletter prodotta da Io non ho paura del lupo e dedicata agli intrecci — spesso invisibili e talvolta esplosivi — tra esseri umani e animali selvatici. Sarà uno spazio per parlare di attualità, ricerche sul campo, idee, esperienze, progetti. E un’occasione per discutere insieme di incontri e di scontri, di paure e speranze, di sguardi ravvicinati e visioni fugaci. In una parola: di coesistenza.
Perché Rendezvous?
Nel linguaggio dei biologi, il rendez-vous è il luogo dove i giovani lupi si ritrovano per giocare, imparare e crescere sotto lo sguardo vigile degli adulti. Non è una tana, né il territorio di caccia: è una zona franca, uno spazio di passaggio e di formazione. È qui che il branco trasmette ai cuccioli le regole del vivere selvatico, le strategie di sopravvivenza, il significato del gruppo.
Ma il rendez-vous non è solo gioco e crescita: è anche il luogo dove emergono i conflitti. Perché sì, anche i lupi litigano tra loro. La vita del branco non è fatta solo di collaborazione e affetto. Si regge su un equilibrio sottile, precario, continuamente negoziato, dove ogni individuo cerca di affermarsi senza far crollare l’impalcatura. Proprio come accade nella convivenza tra esseri umani e fauna selvatica: un compromesso instabile, e per questo prezioso.
Abbiamo scelto questo nome perché evoca ciò che questa newsletter vuole essere: un luogo di incontro, di apprendimento, di narrazione. E di conflitto, a volte. Non un rifugio sicuro, né un osservatorio distante, ma un territorio in cui addentrarsi con i sensi vigili e la mente aperta, per provare a sentire sulla propria pelle cosa significa vivere immersi in un mondo condiviso da specie diverse. Dove comprendere — con lentezza e pazienza — che la coesistenza non è un’ideologia, né una scelta, ma un dato di fatto.
Che ci piaccia o no, non siamo soli su questo pianeta. Miliardi di esseri viventi reclamano spazi e diritti, e più noi ci allarghiamo più questo, a volte, intralcia le nostre ambizioni. Ma è proprio da qui che nasce la sfida, perché la coesistenza è il riconoscimento dell’altro anche se ci disturba, ci spaventa, ci mette alla prova. È la celebrazione della biodiversità non solo a parole, ma con i fatti. Anche quando entra ringhiando e pungendo nelle nostre vite, quando ci costringe a ridefinire abitudini e priorità. È l’accettazione che i problemi esistono, ma è anche la comprensione che la soluzione non sta nel distruggere, bensì nella costruzione di nuovi equilibri.
La coesistenza, del resto, è il filo invisibile che tiene insieme la nostra vita quotidiana. È nei compromessi con un partner, nei semafori rispettati, nella fila alla posta. È nel gioco di squadra con i colleghi e nelle scaramucce con i vicini, nei limiti che accettiamo tacitamente per poter condividere una casa comune. È la consapevolezza, spesso silenziosa, che l’esistenza di ognuno si regge su infiniti legami e connessioni, e dunque sull’esistenza degli altri.
Coesistere significa accogliere la compresenza di bisogni e traiettorie diversi dai nostri. A volte significa difendersi, proteggere ciò che amiamo, dire dei no. Ma significa anche e soprattutto cambiare sguardo, accettare una dose di incertezza, rinunciare alla pretesa di essere ovunque e controllare tutto. Riconoscere, per quanto scomodo possa apparire, che “gli altri” non sono soltanto esseri umani.
Per questo la coesistenza è molto più che una semplice sfida: è un atto politico, una rivoluzione culturale. È un cammino urgente e necessario per migliorare ed evolvere. Non solo come individui, ma come specie.
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Eccoci, dunque, Rendezvous comincia da qui.
Da una casa in pietra che scricchiola, da occhi che scrutano nel buio, da un branco invisibile che ci circonda e da un sentiero da percorrere insieme. Lo faremo ascoltando, osservando, raccontando. Lo faremo anche sbagliando, inciampando, mettendoci ogni volta in discussione.
Ogni storia sarà un passo di questo cammino: se hai vissuto un incontro particolare, se conosci una vicenda che vale la pena raccontare, scrivimi a rendez-vous@iononhopauradellupo.it. Questo spazio nasce per essere vivo, vale a dire aperto e condiviso.Noi ci ritroviamo qui, tra qualche giorno. Al nostro solito rendez-vous. Nel frattempo, per ingannare l’attesa, ecco un piccolo regalo: l’articolo completo “Il fantasma del lupo cattivo” estratto da “Ossigeno #20 – Siamo i ribelli della Montagna” edito da People.

