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mercoledì 05 Novembre 2025

Immaginate di avere un sogno, e di dedicargli tutto: anni di vita, energie, sacrifici. Immaginate di riuscire a realizzarlo, con fatica, superando mille ostacoli, e poi, sul più bello, vedere qualcuno che arriva per portarvelo via. Qualcuno che quel sogno se lo vuole mangiare, letteralmente, un boccone alla volta.

È quanto accaduto a Malvina, nell’estate del 2024, quando i suoi animali — la sua ragione di vita — sono diventati il bersaglio di una violenza improvvisa, lasciandola senza fiato e senza certezze. 

Una famiglia speciale

Malvina ha 34 anni e vive in Liguria, nel paese di montagna dov’è nata e cresciuta, e dove di recente sono andato a trovarla. Scopriamo di avere un pezzo di passato in comune: per sette anni ha lavorato a Roma, prima di decidere di tornare quassù, con tutta l’intenzione di restarci. Vivere nell’entroterra ligure richiede intraprendenza e una buona dose di testardaggine, qualità che a quanto pare non le mancano. Al suo ritorno, insieme a Valerio, il suo compagno, prende in gestione il centro sportivo del paese, che dispone di un locale dove i due organizzano pranzi e ricevimenti. L’attività funziona, il che è già un grande successo, ma il sogno di Malvina è un altro: dare vita a una famiglia speciale. 

I terrazzamenti che circondano la casa, tipici di queste montagne un tempo minuziosamente curate, si prestano bene a mettere in pratica la sua visione e presto si trasformano in un piccolo ranch. Un piccolissimo ranch. Un ranch — potremmo dire — in miniatura, dove pascolano pony e minuscole caprette tibetane. Un’immagine di pace che combacia con la realtà che Malvina ha in mente. Quella che gestisce non è un’attività finalizzata alla produzione di carne o formaggi. I suoi animali forniscono un altro tipo di prodotto, al giorno d’oggi altrettanto prezioso e nutriente: relazioni e benessere. 

Con loro Malvina stringe un rapporto affettuoso, viscerale, e svolge attività educative e di volontariato: fattoria didattica per i più piccoli, approccio al pascolo, piccoli trekking e visite nelle strutture sanitarie locali, dove i suoi amici a quattro zampe portano conforto a malati e anziani. Mi presenta una vecchia asina, al suo fianco da quasi trent’anni, e mi racconta che quella che ho di fronte è la prima rappresentante della sua specie a essere stata ammessa all’interno di una struttura ospedaliera in Italia. Le chiedo quanto sia stato complicato convincere la burocrazia e i medici, ma lei, accarezzando l’asina, mi risponde che la vera impresa è stata convincere quella testona a salire sull’ascensore.

 

Soli contro tutti

Mentre Malvina ripercorre la sua storia, uno spesso strato di nubi sembra scaturire dalle cime alberate che abbiamo intorno, e oscura il sole come una sorta di presagio. Nella cornice di queste montagne aspre e selvagge, non mi è difficile immaginare dove andrà a parare il racconto.

La casa sorge proprio ai margini del paese, su un versante che un tempo era interamente coltivato. Ma oggi, con l’abbandono e la cessazione di quasi tutte le attività agricole, ci troviamo immersi in un paesaggio che cambia. La vegetazione spontanea ha preso il sopravvento cancellando in pochi anni le geometrie umane, e gli antichi terrazzamenti sono diventati bosco. Una boscaglia vigorosa e impaziente che preme con forza contro le case e contro le recinzioni del piccolo ranch. E con essa, premono e si fanno largo i suoi abitanti.

Una sera di luglio, quattro capre non rientrano dal pascolo. Malvina è colta di sorpresa e, come lei, il resto della comunità. Quando racconta l’accaduto, molti non le credono: “I lupi non arrivano fin qui, così vicini alle case”. Invece i lupi arrivano, arrivano eccome. E poi tornano, notte dopo notte, attirati da quella merce esposta a buon mercato.

Sono notti insonni per tutti, in cui i cani di Valerio e Malvina — animali da compagnia che trascorrono le ore di buio tra le mura domestiche — abbaiano senza sosta. I vicini protestano, minacciano querele. Siamo nel cuore della stagione turistica, il centro sportivo e il ristorante attirano decine di persone al giorno, le seconde case sono piene di gente in vacanza e Malvina non sa più da che parte correre. Finché una notte la svegliano dei latrati più forti del solito e dal monitor collegato a una telecamera di sorveglianza vede una scena che le gela il sangue: due lupi sono dentro il recinto, e quella che stringono tra le fauci è proprio una delle sue caprette.

Lei e Valerio si precipitano fuori, tra gli animali terrorizzati. Scorgono a terra la capra ferita, ma mentre si avvicinano vedono qualcosa muoversi nell’ombra: un lupo è ancora lì, accucciato a pochi metri da loro. Quando si sente scoperto, il predatore si lancia goffamente contro la recinzione e scompare nel bosco.

La capra è conciata male, ma sopravvive. La paura invece non passa: ristagna lì, di giorno e di notte, insieme agli sguardi spauriti degli animali, all’abbaiare incessante dei cani, alle proteste dei vicini e alla sensazione di dover resistere, soli contro tutti, a un’invasione che non si ha la forza di contenere.

La confusione e lo sconforto prendono il sopravvento, la ragione vacilla e mentre il dolore scava un vuoto, una rabbia cieca lo riempie. E dalla rabbia, come da un fuoco, può scaturire luce o distruzione — la forza per cambiare o per bruciare tutto.

 

Sliding doors

Ciao, io sono Tommaso D’Errico e questa è Rendez-vous, una newsletter prodotta da Io non ho paura del lupo e dedicata agli intrecci — spesso invisibili e talvolta esplosivi — tra esseri umani e animali selvatici.

“Esplosivo” è la parola più adatta per descrivere l’incontro tra Malvina e il lupo. Un incontro che rischia davvero di deflagrare, con conseguenze imprevedibili e potenzialmente dannose per tutti. 

La reazione di Malvina e Valerio è offuscata dal dolore, dall’incredulità, dalla stanchezza, dal senso di impotenza. E l’urgenza di difendersi apre la strada a scenari inquietanti. “Quelle notti lì eravamo disposti a tutto”, dice Malvina guardandomi negli occhi. “Sono sincera: se avessimo avuto un’arma, l’avrei usata senza pensarci due volte”.  

Grazie al cielo non viviamo in Texas (almeno per il momento) e Malvina un’arma non ce l’ha. Le circostanze le impongono invece di riflettere, e la rabbia si trasforma un po’ alla volta in energia da incanalare nel desiderio di proteggere. È proprio l’amore per i suoi animali che la porta a cercare delle soluzioni realistiche e a confrontarsi con chi ne sa più di lei. Vederli indifesi ed esposti al pericolo la costringe a mettersi in discussione. Il lupo non ha colpe, questo Malvina lo sa. E allora forse è lei ad aver sbagliato qualcosa. 

Il passo successivo è prendere una decisione difficile: mollare tutto, oppure provarci? Malvina sceglie la strada più faticosa, ma anche l’unica che le consenta di portare avanti i suoi progetti di vita: trovare un modo per convivere con i lupi.

 

Eroi silenziosi

A un anno di distanza, il modo per convivere ha le movenze misurate e gli occhi sornioni di Rocco, un pastore della Sila che da quando sono arrivato continua a reclamare carezze. Lo fa con garbo e dignità, ma non è certo un atteggiamento accomodante che ti aspetteresti da un cane da protezione. A vederlo così, nella versione Grande Gigante Gentile, è difficile immaginarlo capace di fronteggiare un branco di lupi. Invece sono proprio il suo equilibrio e le sue buone maniere a fare la differenza, insieme all’aiuto indispensabile di una recinzione elettrificata, che Rocco elude spesso per marcare confini più ampi e tenere alla larga gli intrusi.

La sua efficacia non si basa sulla forza bruta, ma sulla capacità di leggere la situazione e sulla straordinaria abilità di parlare la lingua dei lupi, di comunicare con loro per imporre la sua autorità.

C’è un’immagine bellissima tra i filmati ripresi dalle telecamere di sorveglianza: quella di Rocco che raspa il terreno, marcando con il suo odore un confine invisibile ai nostri occhi, e poche ore dopo un lupo adulto che infila il muso tra l’erba, in quel punto preciso, e fa un balzo indietro come se l’avesse punto un aspide.

Oggi Malvina guarda Rocco con occhi adoranti, lo chiama il suo eroe. Anche se, all’inizio, aveva molti dubbi. Dopo le predazioni si è confrontata con un’amica allevatrice e con i tecnici di DifesAttiva, un’associazione che promuove l’uso degli strumenti di prevenzione per difendere il bestiame, e tutti le hanno dato lo stesso consiglio: ti serve un cane da guardiania. Solo che tra il dire e il fare c’è di mezzo “e il”, e in questo caso più d’uno: e il cane adatto, già adulto e capace, dove lo trovo? E il suo arrivo non rischierà di peggiorare la situazione? E il vicinato come la prenderà? Glielo dite voi che è in arrivo un’altra creatura capace di abbaiare?  

Poi, come spesso capita nella vita, la soluzione si materializza quasi dal nulla, da quegli strani e imprevedibili meandri in cui si aggrovigliano le vicende umane, districandosi tra ostilità, incomprensioni e improvvise manifestazioni di solidarietà. Tra le decine di messaggi che Malvina riceve sui social, in cui si alternano parole di conforto e malignità, la colpisce quello di un allevatore toscano, che toccato dalla vicenda le offre in dono quella che, secondo lui, è la soluzione ai suoi problemi. 

Il resto è storia. Rocco arriva e mette tutti in riga, restituendo pace a Malvina, ai suoi animali e persino ai vicini. Sembra un miracolo piovuto dal cielo, ma non lo è: ci sono voluti senso pratico, determinazione, conoscenza e una buona dose di coraggio per costruire questa realtà.

 

Il mio miglior nemico

Il coraggio, del resto, a Malvina non manca di certo. In questa storia gliel’ho visto usare più volte: nel decidere di investire quassù per prendersi cura della sua terra e della sua casa; nel gesto raro di fare autocritica in un momento di rabbia e dolore; nella scelta di usare la testa e di andare avanti, lupi o non lupi. E poi una volta ancora, nell’accettare di esporsi per raccontare la sua storia. 

Oggi la rabbia cieca è passata: Malvina convive con i lupi e rispetta il loro diritto di esistere. Non arriva al punto di ringraziarli, ma riconosce loro il merito di averle spalancato le porte di un mondo nuovo: quello dei cani da guardiania, che le ha donato un equilibrio sconosciuto e l’ha appassionata al punto da desiderare di farne una professione. Eppure — ed è la prima cosa che dice quando affronta il tema — per lei il lupo resta quello che è: un nemico. 

Qualche giorno fa, quando abbiamo pubblicato la sua video-intervista sui canali di Io non ho paura del lupo, non tutti hanno compreso il suo punto di vista. E se da una parte sono arrivati messaggi vagamente intimidatori da allevatori poco inclini all’idea di coesistenza, dall’altra, tra gli amanti della natura selvatica, è serpeggiata indignazione per l’uso della parola “nemico”.

Comprensibile: “nemico” è una parola pericolosa, che rischia di costruire barriere psicologiche e morali tra noi e loro, chiunque essi siano, legittimando logiche di non accettazione e annientamento. È una parola che la politica usa sempre più spesso come strumento di propaganda, per incanalare paure e frustrazioni e trovare capri espiatori da perseguitare. 

Ma quella di Malvina non è propaganda. Lei non parla di un nemico simbolico, inventato per addossare colpe o per creare consenso, ma di un nemico concreto, con cui deve fare i conti ogni giorno. Cosa che ha scelto di fare senza demonizzarlo, ma agendo piuttosto con responsabilità, adottando le giuste misure di prevenzione e imparando a minimizzare i rischi, trovando un equilibrio tra difesa e rispetto.

 Del resto la coesistenza vera, quella che si gioca sul campo, è tutto fuorché retorica: è un esercizio quotidiano di realismo. E se guardiamo le cose con realismo, che ci piaccia o no, per chi possiede animali domestici il lupo a volte rappresenta proprio questo: un nemico — nel senso più letterale del termine. Un avversario in carne e ossa che ti mette alla prova, ti costringe a cambiare, a inventare soluzioni. E se hai abbastanza cervello, a riconoscere i tuoi limiti.

 

Conflitti ed evoluzione

Il valore della storia di Malvina sta proprio qui: nell’aver riconosciuto quei limiti e, con essi, il diritto alla vita di quello che lei considera un nemico. Fino a decidere di provare a convivere con lui, senza negare l’esistenza di un conflitto, ma trasformandolo in occasione di crescita.

 È esattamente ciò che accade in natura, dove la competizione non sfocia nel desiderio di sterminio dell’altro, ma diventa un potente motore di evoluzione e di creazione dell’identità. Specie diverse e antagoniste, come predatori e prede, si influenzano a vicenda in una “corsa agli armamenti” che le spinge a perfezionarsi e a definirsi l’una in funzione dell’altra: il ghepardo è veloce perché la gazzella, con la sua agilità, lo ha costretto a diventarlo; al tempo stesso, la gazzella ha sviluppato uno scatto prodigioso per sopravvivere alla minaccia del ghepardo.

E il miglioramento non è solo genetico, ma anche culturale. I lupi imparano a coordinarsi per cacciare in branco quando devono affrontare prede di grandi dimensioni, e queste, a loro volta, affinano strategie collettive per fronteggiare il pericolo con i sensi moltiplicati del gruppo.

Anche noi esseri umani siamo stati forgiati da questo stesso processo: i nostri rivali, quelli che un tempo volevano mangiarci o contenderci le risorse, ci hanno reso ciò che siamo adesso. E ancora oggi, ogni sfida che la vita ci impone rappresenta una soglia evolutiva, un’occasione per affinare la nostra intelligenza e la nostra capacità di stare insieme. O almeno, dovrebbe. 

 

Sfide e futuro

La coesistenza, insomma, è una grande occasione di crescita individuale e collettiva, che passa proprio dall’accettazione dei conflitti e dal modo in cui decidiamo di affrontarli. Il che non significa vivere in pace con tutti, ma comprendere che le differenze, le tensioni e gli attriti sono componenti inevitabili della vita, e che siamo noi a scegliere se trasformarle in odio o in energie costruttive, riscoprendo il potenziale evolutivo della relazione con l’altro.

Credo sia questa la lezione più importante che possiamo trarre da questa storia: che coesistere con chi ci circonda — siano essi animali, colleghi, amici o nemici — non significa cedere o diventare buoni, ma imparare a stare nel conflitto con lucidità e intelligenza. E che dobbiamo farlo per il nostro bene, prima ancora che per quello degli altri. 

Se saremo all’altezza, potremo vincere molte battaglie come fa Rocco: senza nemmeno combatterle, ma semplicemente comunicando e imparando a negoziare gli spazi. Potremmo forse scendere a patti con i lupi, le volpi, i cinghiali, con i cani del vicino che abbaiano e con quelli del pastore che ci fanno paura. E magari addirittura con i vicini stessi, o con chi è nato al di là di un confine e con chi ha idee e stili di vita che non riusciamo a comprendere.

Una cosa è certa: in un’epoca in cui l’intolleranza dilaga, e in cui disponiamo di strumenti capaci di annientare ogni specie animale — inclusa la nostra —, imparare a gestire i conflitti quotidiani e a negoziare gli spazi potrebbe essere la più grande sfida che ci riserverà il futuro.

Ma di questo, e dell’urgenza di riscrivere il nostro modo di relazionarci con il mondo vivente, parleremo nelle prossime puntate.

 Nel frattempo, a proposito di spazi, vi ricordo che Rendez-vous nasce con l’idea di essere un luogo aperto e condiviso, per cui, se avete vissuto incontri o storie che meritano di essere raccontati, vi invito a scrivermi a rendez-vous@iononhopauradellupo.it

Noi ci ritroviamo qui, tra qualche giorno. Al nostro solito rendez-vous.